Smoking London – Il Fumo – di Gabriella Landini

Tutti i diritti riservati©Gabriella Landini
Copertina di Renato Trusso – fotografia di Francesco Muscente

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IL FUMO E LO SFUMATO
 
 

IL fumo è quanto di più materiale, concreto, possa apparire, esistere, consistere, dell’assoluta intangibilità della materia, della sua indescrivibile e inafferrabile volatilità, se non per frammenti di asserzioni nominabili, ma pur sempre catturati, fumo e materia, nell’evanescenza. Il fumo da cui emergono le ombre che non si fanno riconoscere, da sempre alludono all’ambito ctonio, al sotterraneo come pure all’ultraterreno, la soglia dell’Aldilà e dell’Aldiqua, che richiamano al sacrum, all’alterità radicale. Gli incensi e i loro profumi aromatici sono presenti in ogni tempio e impiegati in molte liturgie, simboleggiano il legame con la divinità, manifestano il sacro tanto impalpabile quanto sublime. Ma il fumo è anche immersione acquea, crypta nel ventre della terra, nelle voragini dei vulcani, ascensione al cielo, nembi, nebulose, agglomerati interstellari di polvere, idrogeno e plasma, sedimenti così lontani da noi tanto da appartenere a equilibri per noi scientificamente imperscrutabili, per impossibilità di definirne la temporalità. Il fumo non appartiene al tempo. La sua connaturata perennità non ci è dato di affermarla o negarla.
Il fumo evoca una miriade di associazioni simboliche, una moltitudine di favole fantastiche, una proliferazione di metafore. Il fumo suscita il dáimōn, o spirito guida; anzi lo celebra, seducendo l’orfico “demone santo” ad avventurarsi nell’oscuro, nel sovrasensibile, negli oblii abissali, il quale vagando attraversa la dannazione e la beatitudine. Il fumo espone all’eco, induce all’ascolto, fa ascendere la voce percorrendo la via della luce conducendola fino nella nebulosa più lontana, fino nelle più sperdute galassie: all’inimmaginabile ignoto.
Il fumo c’è in natura ed è affabulato nella narrazione umana, vivifica l’immaginazione, come nel gesto della danza che non lascia di sé traccia, il fumo insegue forme che non si fanno segno; al fumo è congeniale la labilità, disperde il ricordo, lo rende fumoso, procede dalla dimenticanza per fare emergere la memoria.
Il fumo allude all’insondabile di ciò che ci circonda, così come di noi stessi, quell’aspetto onirico e inconsapevole che sfugge al nostro controllo razionale, per questo, non di rado, la fumosità assume una connotazione culturalmente negativa, perché, essendo irrappresentabile, deoggettivante e desoggettivante neutralizza i punti di orientamento, costringe a proseguire fra gli annebbiamenti della mente, follis: folletti del bosco e vortici di vento e polvere e obbliga, seppure recalcitranti, ad affidarsi all’imponderabile. Seduce ad assecondare l’andamento dei sifoni d’acqua non sapendo da dove veniamo e dove andiamo. Alito fumoso è l’emanazione del calore nel freddo, l’evanescenza del vapore celebra la grandezza delle combinazioni per differenza, è spirito di vita, psyché, è eros, è gioco. Naturale o artificio dell’uomo che sia, il fumo abbraccia il futile, il superfluo, l’ozio e incanta nella sfumatura, quella piega delle cose che arabescheggia la dispersione dei pensieri in contemplativa vuotezza, come lo schizzo del rimbalzo della pioggia nella pozzanghera o lo spumeggiare del mare nell’incresparsi dell’onda. Dello sfumato, Leonardo Da Vinci, ne ha fatto la sua prerogativa quale genio universalmente riconosciuto. E nella sfumatura le cose sfuggono alla definizione, l’immagine resta solo apparentemente disponibile alla visione che nel chiaroscuro declina ogni certezza. Il fumo è l’immanenza dell’invisibilità.

Il fumo è l’insostanziale presenza, c’è e simultaneamente non c’è. Modulazione altra del tempo, che viene sospeso, carico di attesa. In una celebre sequenza del film Amarcord di Federico Fellini, il padre trovatosi avvolto nella nebbia, crede di essere trapassato nell’aldilà e dubita di essere ancora fra i vivi. Vita e morte si trasformano in tratti evanescenti votati all’incoscienza, all’inconsapevolezza, le cognizioni divengono gradazioni di ombre fino all’insignificanza. Dunque, non segno, non significazione, e il fuoco resta fatuo. Indimostrabile. Dietro o dentro il fumo l’immagine perde i contorni, e dunque, risulta indomabile e semanticamente illimitata. Il fumo indica l’impossibilità che la sembianza possa essere disciplinata, controllata, misurata secondo il principio della divisione in bianco o nero, del bene e del male, della salvezza, della rinascita consumata la fenice in cenere. L’immagine risalta dall’eco in cui è preso chi è chiamato all’ascolto, chi intende udire. La razionalizzazione della realtà in fumo “va” perdendo le proprie argomentazioni. Il fumo allude al vuoto e caratterizza il procedere nonostante l’incertezza. Quando il fumo scema, nel suo svanimento muove analogie che vanno dalla svista alla sospensione del respiro, e resta la rarefazione, la bellezza colta nell’annebbiamento che trattiene l’essenziale senza limiti. il fumo è la concretezza dell’astrazione.

Il fumo è considerato sostanza nella nostra cultura. Elemento, questo, determinante, perché il sostanzialismo del fumo non lo traduce, lo rende fatto, passando da rito di scambio simbolico e relazione, ad un rituale mortifero e intossicante, e questo vale dalla speculazione finanziaria che manda in fumo risorse di intere nazioni, all’inquinamento atmosferico, al tabacco: una rappresentazione del bene e del male, togliendo di mezzo l’evanescenza sostituita dalla realistica dimostrazione della sua nefasta presenza, perché il fumo come fonte d’imponderabilità deve essere tolto e sostituito da un tangibile elemento controllabile, sia pur esso categorizzato per negatività. L’antica nekya, la catabasi, era rara e ardua impresa e di grande cimento, così viene narrata nell’Odissea e nella Divina Commedia, ora, l’avventura non subisce più i colpi tetragoni della sorte, è divenuta di estrema facilità, non richiede il sacro, è pratica domestica e distributiva di morte in dosi assumibili quotidianamente.
Il fumo, ciò che si manifesta nell’eco e nell’ascolto, procede dalla fiamma e secondo il fuoco. Il fumo è anche indice di ciò che si rivoluziona nella sembianza. Il fumo, provocato dal fuoco non è il segno del fuoco, né dell’uomo. Il fumo è la polvere levata dal vento che volteggia nell’aria, espandendosi, in varie dilatazioni e tortuosità. Scrivere del fumo è impossibile quanto scrivere poesia senza poetare.
Il fumo è senza soggetto, è un vuoto d’essere senza compagnia, senza il roveto che bruci. I segnali di fumo sono fatti per leggersi nell’aria e tenerli a memoria come un canto, infatti con il fumo i tratti di un disegno saranno privi di permanenza. Labili, infissabili opere al carboncino che man mano perdono colore.
Non si dà una struttura né scrittura del segno se non con una rivoluzione stessa del segno che divenga insegnico, dunque altro: il fumo indica che non esiste l’algebra. Del fumo, quello che conta è l’invisibile, l’eco e l’ascolto.

Il fumo è emozioni, colori, caratteri, sapori , dissolvenze, silenzio, solitudine, impossibilità di vedersi allo specchio.
Il fumo è anche ciò che resta di una battaglia, il residuo di un combattimento. Lo spirito del fuoco è fiamma pentecostale, calore, cibo, ma è anche ferocia, sia nel caso di un fuoco grande o piccolo, così come lo è una battaglia cruenta. È il fuoco a dar piglio alla battaglia e il fumo il suo residuo, intervallo temporale indice del cambiamento, non privo di violenza, di violazione, di inosservanza, indipendentemente da quelle che ne saranno le sorti.

Il fumo come sostanza ha radici antiche, Prometeo portava il fuoco, Epimeteo portava i guai racchiusi nel vaso di Pandora. Prometeo sarebbe il segno del bene, portando il fuoco, Epimeteo il segno del male. E in questa mitologia ancora distribuiamo nel fumo il veleno funzionale alle nostre credenze di morte e rinascita, pericolo, rinnovamento, riparazione, salvezza. Il fumatore di sigarette se la giustifica nella metabolizzazione della morte, nella rappresentazione di ciò che rinasce a ogni sigaretta partendo dalla sua fine, dal suo ardere consumandosi.
Chi fa del fumare tabacco un compagno, lo cambia con il segno di una certezza soggettiva, dove all’appuntamento d’accensione si trovino Prometeo e Epimeteo, e dove si trovano anche la bocca e la coda. Il fumo come segno della morte è il fumo come segno del soggetto e dell’assoggettamento, della rappresentazione dell’umanità in fumo. Il fumatore è un divoratore della propria coda. Fumare è un modo di divorare, la propria coda, l’importante è che si consumi, che bruci.
Sia che si decida di fumare, sia che si decida di non fumare più, significa che il fumo è preso nella mitologia del bene e del male, consapevoli di volere la condanna o l’assoluzione, la pena o la salvezza, racchiusi nel senso e nel segno dell’atto del fumare. È “bello e buono ciò che nuoce alla vita”, è questa una credenza che ci coinvolge in tutte le scelte che facciamo anche relativamente all’ambiente o al cibo. Non di rado riteniamo che una vita confortevole richieda come pena e sacrificio l’avvelenamento e l’intossicazione delle città o della natura, e lo stesso vale per il tabacco: il fumo arricchisce i sapori, valorizza l’estetica, trasgredendo sancisce la norma del nutrirsi mortificandosi, quindi tutto si arricchisce di significato nell’atto del fumare. Una significazione che comporta l’idea stessa della fine, del finire. Finire la sigaretta, ardere i boschi, inquinare l’aria, gassificare il pianeta… Partire dall’ideologia che tanto ciò che rende significativa la vita è la morte. Il fumo e la fiamma. Il fumo anziché indice dell’eco e dell’ascolto, diventa il segno della negazione dell’eco e dell’ascolto.
Il fumo non si lasca prendere, afferrare, vedere, non si lascia catturare. Il fumo rinvia all’impalpabile e all’invisibile della vita, alla sua incausalità mettendo in scacco la presunta conoscenza della morte. Proprio il fumo scombina e confonde il principio di causalità per il solo fatto di esserci in quanto fumo.
Noi che amiamo la sfumatura, il fumo lo indosseremo volentieri in un classico Smoking, appunto, un semplice colore, fumo di Londra.