Francesco Saba Sardi – Scrittà

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La città, qualsiasi polis, è una ferita inferta al corpo della madre terra, un lembo di carne avulso dall’organismo vivente.

Perché la città, proprio per questo suo fondamentale carattere apotropaico, cioè  di scongiuro, venisse in essere dal villaggio costituito essenzialmente da cerchi, e si arrivasse all’effettiva quadratità dell’impianto urbanistico, è stata conditio sine qua non, in qualsiasi regione e continente dove è sorta, la preesistenza dello stanziamento, la rinuncia all’itineranza dei cacciatori raccoglitori, con tutto ciò che ha comportato: invenzione dell’agricoltura, dell’allevamento, della produzione localizzata dei mezzi di sussistenza ( e dunque non più sottratti all’intorno) e ancora instaurazione del potere, assudditamento delle donne, dominio del dio tyrannos itifallico, e dunque intronizzazione della divinità plurima o monocrate.

D’altra parte, non appena si siano verificate le condizioni che hanno caratterizzato il neolitico, di cui siamo gli eredi e i continuatori: non appena si sia verificata quella che è stata in effetti l’unica vera rivoluzione (quella che ha fatto, dei cosiddetti “primitivi”, gli odierni civilizzati), c’è stata una gara all’edificazione di città.  A quanto pare, la prima di cui si abbia certezza, l’odierna Gerico che si trova in Israele, sarebbe sorte già nel 7000 a.C., ben prima dunque delle forse più note città della Mesopotamia, e ben prima di certi tentativi fallimentari di urbanizzazione che hanno avuto luogo persino nelle Americhe. Come se l’uomo non aspettasse che un’occasione per soddisfare quella che sembrerebbe essere un’esigenza imprescindibile, che si direbbe addirittura istintuale. Ma promossa da cosa? Forse, ma è solo un’ipotesi, da quell’affermarsi del nuovo mito, dell’inedita visione del mondo e della necessità, in essa implicita, che ha portato irresistibilmente dall’itineranza paleolitica al radicamento neolitico.

Oltre ad affermare la propria esistenza, la città pretende che questa sia immune dal crimine. Donde la ricerca di ogni polis di un’origine “pura” in quanto dettata espressamente dalle potenze extraterrene. Estrema contraddizione, perché le potenze in questione sono, appunto, quelle offese dalla genesi della polis, quelle stesse che vanno riconciliate. La città sede di ogni contraddizione.

E non esiste la città senza scrittura. Come non esiste la scrittura senza la città. E se il cerchio è un adeguarsi al mondo, è cavità, è tana, è utero, la scrittà, che è quadrata, è una dichiarazione di aperto possesso del mondo.

Nella sua apparente molteplicità, e sostanziale rispondenza al fondamentale principio della chiusura e addensamento in uno spazio, e dunque di mura, ricerca di siti geografici che offrano protezione, e visione di un’isola circondata da un mare in tempesta, con l’istituzione di leggi che ne confermino l’appartenenza della città a se stessa, e di ogni intorno a essa, insomma, nella sua proclamata molteplicità interiore, e non c’è città che non sia unica, diversa da ogni altra e che non si proponga una propria definizione al di là di una mera descrizione, la polisnon può venire fondata senza che se ne renda conto alle supposte potenze extraumane, e pertanto con la necessità di accattivarsele, o perlomeno di acquietarle mediante sacrifici.

Non c’è infatti città che non sia nata da una glorificante efferatezza. Occorre che Romolo uccida il fratello Remo, metafora dell’esclusione del luogo sacralizzato, di distruzione del riluttante allo stanziamento, del frequentatore della sylva, dell’aldilà informe  e da assudditare colonizzandolo – e soltanto le aree adibite alla produzione, colture, appoderamento, canalizzazione, di pertinenza della proprietà seppure comunitaria – e per farlo è necessaria la repressione o la forzata convinzione, la redenzione e conversione. Occorre che l’esistenza della polis venga di continuo confermata e giustificata mediante ripetute carneficine o perlomeno pubbliche esecuzioni Come accadeva nelle città atzeche, nelle città maya, nelle città cartaginesi mediante la sistematica uccisione di bambini sepolti nei tophet. A volte sostituite o accompagnate dalla rinuncia agli oggetti più significativi, allo sgozzamento degli animali più utili e simbolici. Occorre che una coppia di giovani venga fatta a pezzi e sepolta in Cina all’inizio di un nuovo ciclo di coltura dei campi. Occorre che Caino uccida Abele e affermi così il possesso, l’esclusività, il chain, e che dunque il figlio di Caino fondi, a proclamarlo, Enoch  – Caina dove avrà fucina il primo fabbro, Tubal.

Occorre insomma che la città si affermi quale esclusivo dominio dell’immaginario, quale demiurgo della propositività e positività, della preveggenza, veggenza e reggenza;  che sia la sede dell’utopia e del riformismo; che ignori il pericolo insito nella creazione parallela a quelle originaria; che sia il luogo, autoproclamatosi tale, della sicurezza; che sia, sopratutto, la sede del testo – di ciò che ognuno deve sapere –, che sia cioè il luogo della scrittura che permetta a tutti, con i nomi delle vie, cartelli indicatori, vigilanti indicatori, di orizzontarsi e ritrovarsi, che sia dunque, lo ripeto, SCRITTÀ. Nulla in essa deve sfuggire, in via di principi, alla programmazione, e quanto non è programmabile o testardamente vi si opponga e rilutti, possa e debba essere relegato fuori dalle mura, o perlomeno in ghetti o accampamenti isolati o isolabili.

Perché la città è serrata. Contiene il carcere, è essa stessa carcere; la prigione ne è l’immagine esasperata, come lo è il manicomio, il campo di concentramento, il campo di sterminio, altrettanti precisi specchi di una fase di sviluppo della polis.

Quali sono allora i vantaggi che questa prospetta? E quali le perdite che infligge? Uno spazio rigidamente organizzato non può non imporre un gravame. La città è un immenso, perenne rituale. Quei presunti ammalati che sono detti isterici, soffrono, si sa, di reminiscenze. I loro sintomi o segni sono residui mnestici di episodi traumatici. E lo stesso è dei monumenti che obbligatoriamente costellano la città: sono essi stessi simboli mnestici, ai quali non ci si può sottrarre, è vietato lederli, contraffarli, insozzarli: esattamente come l’isterico non sa e non può sfuggire ai suoi residui, essendogli fatto obbligo dal terapeuta di farne oggetto di riflessione, comprensione, giustificazione.

Città dunque piegata su se stessa, secondo un imperitorio consiglio e un obbligo, fatto a che la abita e vi arriva, di accedere a guide, decreti, consigli, comitati, luoghi di accoglienza. Ma anche città come conciliazione e integrazione. L’attaccamento raccomandato e imposto con vari mezzi all’ambiente urbano consente alle emozioni di scaricarsi, in segni di affetto, parole, azioni adeguate, persino in canti e compilazioni e affermazioni di calda appartenenza.

Ci sono infatti due modi di porsi davanti al “ disagio della civiltà” che indubbiamente c’è, la città essendo una gabbia, ed evaderne comporta rischi, incertezze, fatiche, spese…: la città vuole essere considerata unica, effettiva mappa dell’universo percorribile (e ogni sua proiezione all’esterno è una replica che vuole essere esatta della polis, e ogni evasione  in luoghi remoti comporta uno zaino di attaccamenti). La  città vuole essere pensata come ponte di alleanza con le fantasie extraumane; oppure vuole essere vista come tempo e luogo dell’insopportabilità, da cui quanto prima separarsi. E dunque quale punto di fuga e di conseguente perdita della bussola originaria, quale mutilazione da risanare faticosamente,  accompagnata da  “nostalgia dei cari, dolci – e insopportabili– affetti primi;  e l’extracittà, la sylva, città si propone quale irrealizzabile al luogo senza più guinzagli, finalmente privo di catene. La città è dunque la filosofia e la storia. E se la città sta diventando invivibile (basti pensare alla moltiplicazione delle favelas), il mondo diventa tutto invivibile. E basti porre mente al nostro futuro biologico, a quanto e quanti saremo nel 2550.

Ma la filosofia è Fernweh  della sapienzanostalgia dell’antica sibilla relegata fuori dalle mura. E la storia è lo svolgimento del gioco del potere, e il potere è il monopolio e la supposta negazione del mito. Il potere è tempio e reggia.

Quanto più la città si fa moderna, tanto più è prospettica e ovunque è andata via via trasformandosi. Quella antica era prospettica suo malgrado, nel senso che ignorava se stessa in quanto era tracciata in pianta, intesa quale proiezione del cielo sulla terra, verificabile nell’orizzontalità. La pianta non si era ancora levata in piedi, laddove la città moderna aggiunge, al principio dell’orientamento, la rinuncia e la denuncia alla e della ciclicità. Avviene così che il tempo e lo spazio non siano più concepiti come ritornanti su se stessi a marcare le fine delle dinastie. Tempo e spazio divengono, per unanime convinzione, effettivamente esistenti e lineari, diretti cioè verso un irraggiungibile ma progressivo punto di fuga.

La città moderna è relativistica. Già Leonardo da Vinci nel Codice G affermava esplicitamente che non poteva aversi approfondimento della conoscenza senza la prospettiva – e la polis è, insisto, il luogo del sapere. Da Leonardo a Einstein corrono secoli, secoli necessari alla formulazione in termini matematici della logica geometrica della prospettiva. Si è tagliato così il nodo gordiano. La città può dilatarsi all’infinito. E tutto il mondo è ormai città.

E all’infinito si dilata la nevrosi. E, poiché la città è civiltà, e la civiltà è monopolio dell’Occidente o di tutti coloro che ne hanno ricalcato le orme, ecco che la città è abitata da nevropei, qualifica che si confà agli abitanti dell’est e dell’ovest, del nord e del sud.

La città è cruenta. Si propone come luogo di sicurezza, e nel suo ambito l’insicurezza è estrema; capita di essere investiti, uccisi, derubati, rapinati; e la fuga prospettica è illusoria. Perché in effetti qualsiasi città si ingrandisce a macchia d’olio e, dilatandosi, la polis divora se stessa e il mondo, il circostante, ma anche quello ben al di là dello spazio viciniore e del visibile. La metropoli inghiotte il mondo. L’abitante della metropoli, il nevropeo, divora le proprie viscere da cui non sa e non può uscire. E la città, da organismo qual è, ha deiezioni che non di rado vengono monumentalizzate e celebrate. Così “l’imperialismo ecologico” è realizzato e dichiarato inevitabile, unica dimensione possibile. Ma divorare il mondo equivale all’autodistruzione. E irrazionalissimi ordigni ruotano sulle nostre teste, la sragione protesta contro la ratio colonizzatrice, e a farlo è la sragione nevropea, vanamente ribelle a se stessa.

La città è necessariamente sede del potere. È il potere, fatto selciati, tubazioni, fognature, griglie suppostamente protettive, asfalti, binari, percorsi obbligatori. Perché il potere si forma nelle città, crescendo di pari passo con il villaggio in espansione. La città è la legge, pertanto anche obbligo, limitazione, riduzione al comune denominatore; è la pretesa che nessuno si sottragga ai suoi decreti.

Valga l’esempio di Khirokitia, sito neolitico nell’isola di Cipro risalente al sesto millennio a.C. Apparteneva a una cultura che ignorava l’uso della ceramica, sorgeva su un pendio, a circa sei chilometri dal mare.  Ed è stata evidentemente fondata da appartenenti a etnie anatoliche che mediante zattere o altri natanti hanno attraversato il braccio di mare che separa l’isola dalla terraferma – e sono cento chilometri circa – portando con sé animali domestici. All’epoca, a Cipro, non erano presenti altri stanziamenti paragonabili, e sono da escludere attacchi di altri gruppi già radicati o ancora itineranti.  Tant’è che Khirokitia non è circondata da mura, anche se è difesa dai meandri del fiume Maroni, mentre è limitata, verso la sommità dello sperone roccioso su cui si radica, da un robusto muro: una difesa contro eventuali e improbabili nemici.

Non si sono reperite nell’abitato e nei dintorni tracce di distruzioni violente, né di oggetti che potessero servire da armi. Le dimore dell’abitato sono circolari, di grossi muri con una sola porta. E sono raccolte in due gruppi, separati da un muro di brecciame e argilla. Un sistema di protezione rispetto all’altro? Contro la improbabile velleità di sollevazioni e disordini e non piuttosto contro pericoli fantasmatici emanati dalla sylva circostante o magari dal mare o addirittura dal cielo? Terrori per le presenze infernali, perché la città è sorta e dunque è stata rubata loro.  Basti confrontare l’ira di Jahvé  per la Torre di Babele, metafora di ciò che può accadere a chi non paga il suo debito con le potenze. Se nulla si sa di pratiche religiose rispondenti a un culto dei khirokitiani, non mancano accenni a figure mostruose, gorgoni, sirene, e via dicendo. Figurazioni di cui erano già ricchi sia i luoghi di culto perimediterranei, sia quelli asiatici e africani: quelle stesse che si ritrovano sulle pareti interni dei dolmen funerari, le gorgoni archeogreche dagli occhi spalancati, grandi fauci e lunga lingua. Tanto simili, per inciso, alle più tarde immagini indiane della dea Kalì, o alle fauci di ceramica del sesto millennio della cultura arcaica tessalica. Del resto le città stesse sono luoghi di minaccia e terrore, sono esse le fonti delle epidemie e pandemie, peste, tifo, colera… Sono inevitabilmente inquinate e inquinanti. Celano, sotto le pavimentazioni, legioni di nocivi parassiti, topi e ratti. Contengono depositi di tossiche deiezioni inutilmente santificate dalle immagini della dea Cloacina o di Saturno inventore della concimazione. Le città elaborano e spacciano le leggende metropolitane, perlopiù orripilanti, e le città sono le calamite di tsunami e terremoti. Oltre a essere potenziali  obiettivi militari e relativi genocidi (ne sono esempi Dresda e Hiroshima).

Le città moderne non hanno neppure bisogno di cinte difensive, ma hanno tuttavia poderose mura invisibili. Che sono l’esposizione e la conferma del possesso, che gli stanziali si sono programmaticamente proposti, la vittoria sulla cratofania, la possanza delle ossa della terra, culmini, vette, vene minerali, paludi, deserti, distese marine… Cuzco, capitale del Perù fondata dagli incas, è sovrastata da una poderosa struttura palazziale di massi, per dimensione ed elaborazione tale da non avere nulla da invidiare alle piramidi egizie: eppure questa presunta fortezza, la Sachsahuaman, non è affatto una fortezza, le sue aperture sono verso l’esterno, palese invito a improbabili attacchi e invasioni, né la Sachsahuaman, circonda la città. La celebra, la esalta, la proclama.

La città dunque può non essere chiusa. Ma è seclusa.  E tale è la polis moderna. A farla tale è la sua autorità, la sua esclusiva astanza. È il suo essere deposito e memoriale delle morti che pure promette, con il suo progresso, di sconfiggere. Se infatti i non abitanti della sylva, gli itineranti e persino ancora i nomadi pastori, scaricano i morti sulla savana, in pasto ai sarcofagi, la polis se ne fa oculata e gelosa custode. Li monumentalizza. E se ancora la città antica si arroccava già quadrata sul cocuzzolo, riservava però il fondovalle alla vetusta circolarità del luogo funerario, mentre la poils moderna è tutt’uno con la celebrazione della morte. È la messa in scena della morte, ed è la sede unica residua della vita e delle sue cure, della sua farmacologia, degli ospedali, orfanotrofi, ricoveri dei vecchi e degli invalidi.

La polis, globale contraddizione e minacciosa, magnifica, esaltante, orripilante, maledetto e benedetto apotropáion contro la distruzione e contro l’autodistruzione.

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