De Anatome – di Francesco Saba Sardi

DE ANATOME

 

Il corpo, poiché di questo si tratta, ha davvero perduto nel corso dei secoli, la componente fabulistica, soggettiva, di sfuggente meraviglia meccanica che aveva nelle immagini del XIV secolo, e mi rifaccio alla miniatura di Guido da Vigevano (1345) illustrato il Libernotabilium che stava riprodotta in Anatomia come arte, di Mario Bucci (Edizioni d’arte il Fiorino – Firenze, 1969). Dove il natomista regge il cadavere in piedi, accennante la sua lama al ventre che aprirà, ed è lectio da anfiteatro mediante oggetto non più vivente, complicato meccanismo da forze orologesche sonoro e rintoccante dei segreti ingranaggi, misteriose rotazioni, e tuttavia parlante ma favella che non ancora scientistica ma che ha cessato di dilatarsi a metafisica.

Oppure, gli spiragli di luce che nella baracca di Buchenwald che accoglieva i feriti del bombardamento americano, inserivano balenii sui ferri di fortuna, seghe e cartellacci, impugnati da improvvisati chirurghi di buona volontà e solidarietà.

O ancora un’adoloscenziale teatro anatomico, ecco mio figlio, pensa l’orgoglioso padre e sì, avrò un figlio dottore, e gli ha tolto il guinzaglio, e sa di essersene fatto un affettuoso ribelle.

Servo anatomico. Ah, questo sì, che dà spettacolo. Esiste ancora questa figura negli anfiteatri? A lui affidati i relitti di queste esistenze conclusesi – oh, madri! – sul tavolo gelido del freddo obitorio. E Cesare, polsi enormi, testa piccina, andar porgendo via via gli arnesi e «forbici,» gli veniva ordinato, e «orbici,» «orbici,» veniva risposto, e forbici venivano erogate da Cesare buon servo anatomico. Giunto intanto il gran momento dell’esame della conta addominale, importantissima; come altrimenti, una volta iniziatasi l’eviscerazione, ricostruire le connessioni tra gli organi? Il perito settore la spalancò: I fanciulli sobbalzarono. Cesare servo anatomico ebbe un sogghigno.

Un puzzo! Uscì sfrullando, dal corpo, come per dispetto insinuandosi colloso, per ogni dove. Smontata allora l’ultima macchina, e pezzo per pezzo, tratto per tratto. Il viscere esposto a getto d’acqua, come per gradire, lasciandolo qui cadere, plof, nel recipiente alto ove lento calarsi nel liquido vasellinare della formalina – a successiva interrogazione in nome della supposta sistematica obbiettività del creato. Riduzione cioè al commisurabile, al tecnico, al preciso e generale.

E già Cesare servo anatomico, voltando il grave dorso scuro, insensibile, tappate le sventole rosse, intenti a ricostruire con poveri Ersätze l’entità lesa. Fantanatomo. Controspogliarello. Il morto, figlio della morte, dalla madre richiamato all’ordine, si levò a mezzo e volle parlare. Cesare allora a tenerlo giù con una pezzuola cacciata con cieco traccheggio infine i resumi dal collo ributtò le restanti viscere, un po’tutte, circa, al loro posto, distratto ossequio, a chetarne le proteste. A starne sul chi vive, il più pronto dei pavidi fanciulli allievi di beccai, salumai, formaggiai, ancora incerti maneggiatori di pronte armi da taglio e squarcio, ridenti incoscienti, costui, dico, avrebbe sorpreso Cesare intento a tesaurizzare pezzetti e lacerti. Per deporli in un suo ricettacolo, una sorta di suo lavandino segreto, ove affondare la mano e rinumerare i suoi trovati. Con sciaguettio spiacevole, a dirla tutta.

Non contento, eccolo levare una mano a esibire, fra pollice e indice, una forma bislunga di mangimi rilevati, bianca, e tra essi un vuoto esplicatorio. Sì, proprio ciò che credete, futuri curatori di corpi viventi e contemplatori di ragioni defunte. Codesta è dessa. Miratela, di rado vi viene dato di contemplarne la varietà e la pochezza. Un tocchello di carne. E Cesare servo anatomico aprì e richiuse il triangolo delle due dita, mostrando il buco per il quale venivano nudi al mondo, e già è avello, metaforizzato quel suo lavandino gorgogliante di cui essere fiero.

 

Calata dei Todeschi.

 

Giunto il tempo di ricomporsi, ed ebbe inizio l’invasione. Che fu irta di fucili, baionette, mitra, pistole, stendardi aquile, trombe, tamburi, pugnali, blindati e corazzati e vocine accusatorie fatte di urla. Secondo le quali sarebbero gli ammutoliti spettatori sgomenti, rubatori di lardo, scambiatori di carbone, saccheggiatori di locomotive, ma collettivamente e principalmente sabotatori. Avanguardie composte da militi avanzanti come in sogno, pronti a ferire a destra e a sinistra, intanto esaltando loro suoni altissimi e continui, più abbai che altro. E insomma, quanti perduti alla ragione, occupavano l’ospedale che era teatro delle schifate imprese (qualche conato di vomito) dei fanciulli studiosi, o ancora foruncolosi, più sereni un paio di aperti settori, del buono, obbediente Cesare servo anatomico, e vi posero alla testa a precederlo e dirigerlo senza nessuna competenza, salvo la giurata fedeltà alla Patria e al loro Kapataz, un sottoufficiale degli SS cioè un Hauptscharfüher (sergente maggiore) che, esplicando funzioni di ufficiale superiore in nome della superiorità razziale soprattutto rispetto ai nuovi sudditi, disponeva di un attendente, a nome, guarda caso, Zesar, caporale Abteilung, una sezione di picchiatori e scannatori. E lo Hauptscharfüher aveva una brillante carriera alle spalle. Figurati che era stato vice comandante del Konzentrationslager Dora, una delle succursali di Buchenwald, il goethicissimo Bosco dei faggi e Dora Konzentrationslager, al riparo dai bombardamenti, era stata regalata dal Gauleiter della Turingia (il governatore, il gran capo), a una delle sue amate figliole, le altre tre essendo Nora, Emma e Laura, che avessero una proprietà degna dei nuovi padroni del mondo, e che restasse loro per l’eternità una sotterranea eredità di schiavi e bombe ivi costruite. E codesto Hauptscharführer si era specializzata nell’infliggere di sua mano la meritatissima punizione ai colpevoli di infrazioni minori. Fra esse venticinque nerbate nel culo nudo, a un millimetro dai reni, onde evitare che il detenuto diventasse arbeitsunfähig, non più adatto allo sgobbo.

Orbene, accadde che attratto dalla coincidenza onomastica (Cesare, l’italiota, Zesar il todisko) l’attendente teneva attentamente d’occhio il servo anatomico. Del quale aveva scoperto il segreto ricettacolo di lembi e lacerti. E fu così che lo sorprese intento a vezzeggiare una cadavera.

Subito corse dal suo superiore in grado, cultura, capacità intellettuali. «Herr Kapitän,» lo apostrofò: «Heil Hitler, kvel Cesare, kello schwein giocherella mit den cadavere.»

«Ach, so?» E l’avente funzioni di Kapitän ordina l’immediato arresto dell’incauto Cesare. Impossibile tollerare quella palese esibizione di perversione sessuale, essendo la purezza dei costumi obbligo di preti e dei nazionalsocialisti. Che venne incarcerato nel camerone dei potenziali trasgressori, con i quali pendette da corda alemanna a un’inferriata del palazzo di città.

 

Due elementi si fondano nel tentativo di definire l’oggetto corpo.

È composto da singoli organi e sistemi. Così lo ha ben fatto la medicina. […] voi non dovete far nulla, affidatevi a noi, facciamo tutto noi, noi sappiamo bene, infallibilmente, quello che si deve fare, chiunque voi siate, tutti gli uomini vanno presi alla stessa maniera. Esattamente come in tribunale. Il noto dottore teneva verso di lui lo stesso contegno che il giudice Ivan Il’ič  teneva in tribunale verso gli imputati.

 

Un corpo immaginato come una medusa. Fatto di organismi autonomi ma legati a una funzione. Così, rinunciando a una visione olistica, l’ha istruito la medicina, cioè la tecnica occidentale della terapia, che è parte integrante del Discorso.

 

De Anatome- Medusa- disegno dell'autore


 

Il terapeuta giudica. Ma non si prende cura del paziente. La cura (parlare col paziente di lui, prendersi cura seguendolo appunto da medico curante) è diventato appunto impossibile. In quanto Discorso, la medicina non può più essere arte, quale che sia il significato che a questo tentativo si vuole attribuire. La medicina moderna aspira a essere scientifica fina dai suoi esordi, e lo è esplicitamente, dichiaratamente, a partire dal Rinascimento se lo si intende quale preludio dell’Illuminismo e del positivismo: acritico culto dei fatti, trionfo dei dati incontrovertibili, statistiche indiscutibili.

La medicina non può che appartenere alla parola–Cosa, che è la messa al bando del simbolico, la proclamata soppressione del mito–tabù. Rientra come tale nella vasta categoria – che posso vantarmi di avere concepito – e che ho chiamato la normalina, che è misurazione, pesatura, rifiuto dell’ambiguo e, in fieri, superamento della nozione di malattia e della sua definizione, la diagnosi, in nome della progressiva rinuncia a una sequela di ipotesi, intendendo per queste la formulazione della eziologia, quale strada verso il raggiungimento di una meta che è l’affermazione del decidibile, di una “verità” sempre provvisoria (ogni teorema scientifico deve poter venire rimesso in discussione e superato): una “verità” che è terroristica in quanto impositiva (è il therápon a imporre la terapia, a decretare la causa ed effetto), sostituzione della Parola che ci parla con la verbalizzazione del parlante.

La medicina – elettivo atlante del corpo – che è normalinica (mi si permetta questo aggettivo) ha sede negli asylum, nei nosocomi, nelle cliniche psichiatriche, negli istituti per handicappati e deficienti, nei manicomi criminali. Ma anche nelle scuole d’ogni genere e grado. La medicina normalina partecipa in primissima persona all’esclusione o limitazione della libertà personale del cosiddetto matto o folle, decretato malato, e pertanto alla caritatevole o carceraria segregazione del diverso. Insomma, accanita ricerca e imposizione, mediante terapia o coazioni di vario genere, della NORMA.

Interessarsi alla medicina, e dunque al Diverso – normalina equivale a tentare un’antropologia della repressione. E constatare che la medicina, fonte purissima dell’immagine del corpo è autoreferenziale come già sapeva Tolstoj al quale si deve quell’esemplare illustrazione delle attività terapeutiche da La morte di Ivan Il’ič Leggiamone qualche riga:

 

«Tutto fu come si aspettava; tutto come sempre avviene. […] i colpetti delle dita l’auscultazione, le domande che richiedevano risposte predeterminate […] e quell’aria solenne che diceva: […] voi non dovete far nulla, affidatevi a noi, facciamo tutto noi, noi sappiamo bene, infallibilmente, quello che si deve fare, chiunque voi siate, tutti gli uomini vanno presi alla stessa maniera. Esattamente come in tribunale. Il noto dottore teneva verso di lui lo stesso contegno che il giudice Ivan Il’ič teneva in tribunale verso gli imputati.»

Riassumo. I medici di Ivan Il’ič parlavano di sintomi per Ivan Il’ič, invece, una sola cosa è importante: la situazione era grave o no? Curabile o meno? A essere in gioco non era la vita di Ivan Il’ič, ma la disputa tra questo o quell’altro insieme di ragioni.

Ivan Il’ič, ridotto all’esasperazione dallo sprezzante silenzio con cui vengono accolte le sue assillanti domande, morirà urlando la sua vana disperazione.

Certo, il medico ideale, il costruttore del corpo, sarebbe quello che sa anche prendersi cura, e dunque prestare orecchio all’opinione del paziente. Ma, ripeto, è cosa pressoché impossibile in una visione sanitaria che è composta da due elementi reciprocamente indispensabili, e sono a)la terapeutizzazione dell’intera società; b)l’obbligo di componenti la società di essere tutti potenzialmente malati che, pagando le tasse sovvenzionano le strutture sanitarie.

Divenuti sordi ai messaggi del corpo, di cui la medicina ci ordina di non tentare (in proprio) la decifrazione, abbiamo fatto del corpo una scatola ermeticamente serrata, remota, di usi relegati in un regime alieno, terra incognita. Ma molti sono disposti a chiedere: «quand’è così, siamo imprigionati nel nostro corpo?» Come se si potesse vedere dal di fuori un nostro manichino. (E del resto come se ci si potesse vedere anziché semplicemente scorgere, allo specchio dell’interiorità).

Ma il corpo è un ribelle: conserva e borbotta, la sussurra, una sua sapienza. «C’è più ragione nel tuo corpo che nella tua più alta sapienza,» per dirla con Nietzsche.

Senza i suoi mille strumenti la medicina – e dunque la concezione del corpo – non può essere. Perché l’ambiguità, il de-lirio, ben spiega, va esclusa dall’interpretazione scritturale, storica, filosofica, patologica: medicina da medire, misurare, rapportare alla norma, la cui messa in atto è la condotta legittima, puntiforme.

La medicina – e la moderna visione del corpo – è mnemotecnicistica. Il Discorso è la gnosi: il Discorso è l’episteme. E la medicina proclama la regola del terzo escluso.

La medicina mira a strutturare la società, e non può che farlo secondo modalità gerarchiche, specificamente la norma dell’integrità fisica, condizione della produttività, e imporre la norma della medicalizzazione anche di quello che definisce, abitualmente, malattia mentale.

La malattia pertanto diviene obbligo sociale. Donde l’importanza somma di due istituzioni: l’istituzione terapeutica e l’istituzione della morbilità; la prima governata in larghissima misura dall’industria farmaceutica, la seconda, l’istituzione della morbilità, costituita dal sempre maggior numero di pazienti effettivi o immaginari o fatti tali proprio dall’istituzione terapeutica.

Inutile aspettarsi che la medicina – e con essa il corpo – possa essere avulsa dalla generale visione del mondo. Come è inutile aspettarsi che la medicalizzazione universale abbia i presunti effetti benefici: il risorgere della grande patria, malaria in primo luogo, e poi oncocercosi, tubercolosi, affezioni veneree, e l’invenzione di morbi nuovi come l’AIDS, comprova esattamente il contrario.

E i tropici sono sempre più tristi, né la tecnoscienza è in grado di risolvere i flagelli della carestia, della diminuizione delle risorse, dell’inquinamento, della inarrestabile moltiplicazione demografica. Il suddito, nella sua obbligatoria funzione di paziente, deve così obbedire al medico – taumaturgo e all’istituzione sanitaria impostagli persino dal fisco, quale longa manus del potere pontificalmente infallibile.

Il guaritore africano, il whitch doctor, il curandero forestale, mette invece in gioco l’intera concezione di quella che chiamiamo persona. Essendo lo stregone un indovino, uno sciamano, capace di scoprire la ragione sociale del disturbo, che cura il disagio indirettamente in quanto riesca a coglierne il turbamento, l’alterazione, e a ricondurla alla comunità tribale del villaggio, liberando questo dall’afflizione.

 

L’invenzione del corpo

 

La rappresentazione dei corpi umani risale al Neolitico. Quando, forse 20.000 o 15.000 anni fa, comparivano quelle affermazioni dell’itifallo – il predominio maschile, O tyrannos, la virilità-dominio sessualmente affermata – che chiamiamo menhir, ai quali si aggiungono i dolmen, a proclamare il culto dei morti quale attributo riservato alla donna-suddito. I menhir, dapprima semplici betili, affermazione di presenza moltiplicata su finis terrae, su promontori, su vaste piane, successivamente ornati gli ospentoi – a sorveglianza del trattamento riservato ai cunicoli, alle rientranze, ai soffitti delle grotte – con incisioni che ripetono l’agghindatura dei singoli (strisce della caccia, per esempio), a mano, con l’aggiunta di oggetti specifici, armi, per lo più: usanze perdurate fino a tempi molto recenti, come lastre figurate con sacerdoti e guerrieri a Cerro Sechín, Perù, in epoca addirittura prearcaica.

Tra il pieno Paleolitico e il Neolitico si era affermata la rappresentazione di animali in modi che oggi  definiremmo realistici (un cavallo della grotta di Rascaux in Dordogna potrebbe venire senz’altro scambiato per una raffigurazione odierna, restano invece assai schematiche le rappresentazioni di esseri umani: sono semplici sagome con rari inserti itifallici ai quali si accompagnano, quelli che riteniamo simboli altrettanto schematici, sessuali maschili e femminili e le impronte di mani in negativo ottenute soffiando sostanze coloranti sulle pareti a delineare la forma delle mani stesse.

Con l’affermarsi della gerarchia agli esordi della società stanziale e l’assenza di modalità che presero il posto di ordinamenti tribali o di tipo ancora precedente, andarono prendendo forma le prime, incerte raffigurazioni di personaggi riconoscibilmente tali, dapprima quali accenni a volti o arti, il ritratto vero e proprio, cioè la riconoscibile affermazione di caratteristiche figuranti a un’immagine, avrebbe dovuto aspettare ancora molti secoli, e si trattò all’inizio di tipizzazioni intese a mettere in risalto l’attribuzione di qualità più che effettive somiglianze.

Anzi, le corrispondenze fisiche, e anche quelle fisiognomiche,  passano in secondo piano. Con la conseguenza che certi grandi personaggi dell’epoca preclassica e classica potrebbero sembrare più che altro caricature – posto, beninteso, che l’idea di caricatura potesse già aver corso nei confronti di figure “dotate di lunghe mani”, in secoli nel corso dei quali la tolleranza era di là da venire e i poteri erano lungi da concedere un tempo di indugio – prima di menare colpi – assimilabile allo scarto ammissibile dalla tecnica tra il valore nominale e il valore reale della grandezza fisica.

C’è da chiedersi se il processo di accostamento della raffigurazione a una presunta realtà, in altre parole la costrizione del corpo che via via veniva inventata e proposto come oggetto di ammirazione e rispetto, partendo dal presupposto che una rappresentazione, una figurazione di corpi umani quale l’art pour l’art è difficilmente ammissibile, osteggiata com’era da prescrizioni religiose e quindi dall’obbligo di “santificare” in qualche modo l’essere umano come portatore di un’anima: questo corpo, dico, veniva visto come dato anatomico unitario, o non piuttosto come strutturazione di masse ancora non esattamente collegate l’una all’altra a formare un tutto inteso come unitario? Lo chiedo perché con ogni evidenza è prevalsa, almeno fin al V secolo, in Etruria e in generale nell’area mediterranea, l’interpretazione di carattere magico e rituale di singole parti del corpo. Basta pensare alla tipicità, e di conseguenza al significato attribuitogli, del fegato. Ucciso l’animale da sacrificare, appariva – e tuttora appare – quale lucido specchio riflettuto nella sua lucentezza e fattezza dell’aruspice.

I dati plastici sono, sì, astrattamente notati e fissati in un’ancora sommaria aggregazione, ma bisognerà aspettare il VI secolo a.c. perché si approdi alla visione di un insieme concluso di membra, muscoli, ossa, rivestito di un tegumento definitorio, perché i Kouroi ionici esemplifichino una traduzione in termini quasi realistici di una esplicita interpretazione geometrica dell’esserci. Nella quale mancano particolari, resi superflui dalla trattazione idealistica, addirittura intellettualistica, della materia. Il mondo islamico procede per sintesi che perdureranno, risorgendo, fino a quello che usiamo chiamare Rinascimento – quasi sia stato l’unico, anziché la sproporzione dell’istanza mitica in coincidenza con l’avvertita impellenza di una non riaffermazione che si è configurata – e tuttora si configura – quale aspettativa del Phanes, dell’apparso.

La prima decisiva invenzione del corpo ha avuto termine allorché ci si è presi la briga di seguire e rifare la natura, seguendo l’articolazione delle ossa sottesa all’apparenza fisica. È occorso cioè che si affermasse, a partire dal Duecento in Italia (ma circa sei o sette secoli prima nel Maharashtra indiano) l’idea della prospettiva il concetto di oggetto raffigurabile nella sua totalità, e dunque “girandogli attorno” a cogliere le varie dimensioni che lo compongono, anziché soltanto il disegno allusivo della stessa. È occorsa insomma la nascita della notomia, in uno sviluppo in cui medici, pittori, scultori, filosofi, astronomi, novellatori, geografi, astrologi, alchimisti, sono stati coinvolti da un impellente bisogno di rispondere a una domanda cruciale: come stanno in realtà le cose? Al di là di ogni metafisica e inquisizione? Senza più prestar fede alle imposizioni della religione che si affanna a occupare lo spazio invece lasciato vuoto dalla magia ormai declinante.

 

Inevitabile

 

A partire dal Rinascimento erroneamente, ripeto, ritenuto unico, si è imposta la volontà di pervenire a una riproduzione totale, perfetta, oggi diremmo fotografica, di ciò che appariva allo sguardo dell’artista e dello scienziato. A cominciare dalla luce concepita come elemento assolutamente definitorio. Si è passati così dalla colorazione di zone delimitate dal disegno, all’uso del colore come elemento di per sé bastante alla determinazione della spazialità – di cui non ci si poteva ancora sbarazzare.

La si è poi, la spazialità, risolta in frammenti che, diversamente, ma animosamente colorati, riempivano adeguatamente la superficie.

A sua volta, questo è stato risolto in solidi geometrici.

Ma, anche in questo caso, ci si è rifatti a una precisa connotazione della spazialità interpretata quale condizione prima della sussistenza delle immagini. Passando per una fase di vera e propria umiliazione, che è consistita nella rinuncia a ogni tentativo di evadere da questo rigido schema: la cosa-quale-è. Dove essere e apparire (all’occhio esperto, indispensabile, dell’artista e dello scienziato) convergevano. E così è continuato fino alle recentissime scoperte (esiste il bosone? Non esiste Dio? Guardata con sospetto la fantasia. Messa al bando la sorpresa.)

C’è stata dapprima la presa diretta dell’impronta in gesso del preparato anatomico ormai reso noto dall’avanzamento della dissezione.

Poi, la necessità di curare a lungo il preparato, esibendolo al grande signore o all’umile visitatore delle fiere, tale e quale si presentava all’origine.

Inventata così la ceroplastica. Stracci messi a bollire, impregnati di cera liquida e, raffreddata, manualmente plasmata. Sempre a monito della fragilità della vita umana. Testa putrefatta (sangue marcio colante dal naso), contorti cadaveri prodotti dalla pestilenza, usati quale macabra ornamentazione.

 

 

Il Granduca

 

Noi, Granduca Pietro Leopoldo II di Toscana, giustamente ci atteggiamo a riformatori eredi di una grande tradizione toscana, asburgica e gallicana se si pensa che già nel 39’ abbiamo dato mano alla bonifica della Maremma. E non basta, ché in quello stesso anno abbiamo presieduto a Pisa il primo congresso degli scienziati. Aggiungiamo pure che abbiamo promosso la costituzione di strade ferrate, e che nel ’48 abbiamo concesso lo Statuto! E favorito la libertà di stampa, ma sì, e non ce ne pentiamo.

Ma la nostra gloria maggiore è aver promosso la creazione della Specola. Chiamando a noi Clemente Susini, noto lavoratore di cera fiorentino, e affidandogli l’opera grandiosa.

Sono tornato da Bologna, anno 1747, dove ho ammirato le cere dell’Archiginnasio. Farò adesso venire da Pisa, dove è lettore allo studio Felice Fontana che mi farà un museo di Fisica e Storia Naturale. Da che spiritello sono gestito, io, Pietro Leopoldo d’Asburgo – Lorena? Uno spiritello che non mi dà pace, volendo che perfezioni l’opera iniziata dai Medici che hanno dato inizio alla raccolta di ceroplastiche di Gaetano Zumbo – orrore e bellezza, macabra epoca, questa nostra che nulla pretende di arretrare, e tutto sondare, e toccare, strato su strato di tessuti che furono umani, a maggior gloria di noi stessi e, naturalmente, di Dio e della chiesa maestra suprema di scienza e filosofia.

Ah, vieni a me Clemente Susini, lavorante in cera fiorentino. E abbiti la tua immagine di cera destinata  all’eternità nella grande sala ove sono raccolte le più delle figure in piedi. E che fu, sia pure grossolanamente spalmato, da te stesso, se vuoi, e che tu sia, nella tua modestia, uno di quei testoni di legno in cui si tirano palle di pezza nei baracconi delle fiere. Ma sì, che sia tutta roba moresca, plebeamente tale, questa tua – e mia – adunanza di figure intere e singoli organi e gemelli dentro placenta e reti nervose che dal collo scendono al torace e un’intera madre di strati sovrapposti – statua scomponibile – cenotafio di sé stessa.

Neppure gli imperatori cinesi hanno concepito una così grandiosa opera. Finalmente il chiunque saprà dove mettere le mani. Che monumento sarà questo! Grandioso monumento a vittoria di monumenti di morte. Gloria di Firenze. Gloria del Ducato. Gloria finalmente dell’Europa tutta, che qui avrà già la sua Università della Salute. Bravo, il mio Susini, bravo! Che cognome gustoso hai, Susini! Un nome succulento, come succulenti – sì, succulenti i tuoi gentili morti! Perché questo non è che un cimitero, luogo lugubre popolato di fantasmi. Questa è una promessa di vita!

E tu stesso, Susini, alloggerai in questo istituto, custode e spirito tutelare di quella che diverrà la celeberrima Specola di Firenze.

 

Copista

 

Ha passato la giornata avendo al fianco un inoffensivo cadavere. All’altro, il ripiano su cui plasma la stoffa bollente intrisa con la cera, adesso appena tiepida, facilmente plasmabile, e ben presto solidificata.

Adesso dorme nel suo meritato, sontuoso letto con candidi ricami e cedevoli guanciali, ordinato, frusciante disordine sul quale spicca il volto saputo, compiaciuto del creatore della celeberrima Specola.

 

Firenze e del mondo tutto.

 

Sorpresa di mezzanotte

 Ma che carnevalata è mai codesta? Chi è che sporge all’uscio? Chi lo socchiude? Eh, la maiala! Ma la sono budelli. Interi sistemi inodori, meno male. Perché opera delle mie esperte mani. Budelli che hanno una fisionomia. Quella stessa dei miei busti nella grande sala. Una ribellione? Contro di me, il beniamino del Granduca? Che la mia effige sia di troppo, eccessivo orgoglio, troppa presunzione. Sì, meglio toglierla di mezzo.

Clemente Susini si alza a piedi nudi. Va a svellere il busto dal suo sostegno. Se lo porta giù dalla scala, nella notte.

Giostrai che hanno trapiantato una folle giostra nella piazza, sotto una lamiera di luna croccante al centro del piazzale, un carosello. Di lato, un baracchino.

Oltre a loro- i giostrai- appare denaro che non aveva, e che si ritrova in mano.

Carosello vuoto Inamovibile. Uno scatto. Ragazzini che volano vorticanti sui sedili.

Improvvisamente si è popolato di monelli volanti.

Ma cosa ho fatto? Torna a se stesso. Ma che cos’è il se stesso? Io, il distruttore? Io l’artefice? Ho distrutto la mia opera. No, non posso averlo fatto. E Susini sconvolto torna di corsa, sale lo scalone, cuore in gola. Ma il busto è intatto, meno male. Ormai è l’alba. Tra poco, la visita del buon Granduca. Come ogni mattina. E bravo il nostro Susini. Adesso alberggia.

I giostrai hanno collocato i busti di Susini. Comincia la gara. Ragazzi scendono dai sedili, danno mano alla palla di pezza già pronta. Susini con loro. A bombardare se stesso. Un memento.

Empito di ingegno. Ma cosa sto facendo: distruggo l’opera del Granduca?

Susini fugge. È nella Specola. Sale lo scalone. Sangue rullante nelle tempie. Tutto come prima. Intanto già prime ore dell’alba… residuo del sogno, manto ansimante, sposa fresca. Tutte le budella rientrate nei rispettivi alveoli.

Il copista Susini lavora ancora nelle sempre fetide aule della Specola. Ne vanno e vengono, di maccabei. Già preparati, lo sgozzato con la laringe e la trachea spezzata dai sottili e complicati fasci muscolo tendini del collo.

E se fosse profeta Susini vedrebbe certe isole al largo di una certa città africana dove su una di queste vengono ammassati, a putrefarsi carcasse di squali martello secatone la pinna dorsale, buttati a migliaia sulla soglia del mare, salinfetenti, trascurati persino dai gabbiani. Salutati dai pesci. Un lurido vapore se ne leva, torbido quasi diafano.

E se fosse profeta Susini, scorgerebbe campi di battaglia, e vedrebbe i gemiti di uomini che si agitano e invocano la mamma.

E se fosse profeta Susini, spingerebbe lo sguardo ben plus ultra. E ne avrebbe l’occasione se solo… Ma no, che giammai accada. Sarebbe il resoconto di se stesso impazzito.

Per sua fortuna Susini, profeta non è. Peccato! Quante più cose saprebbe allora. Una dottissima scienza gli rivelerebbe finalmente dove si colloca la trasgressione: dove la vita trapassa nella morte, e allora intervenire prontamente a bloccare il transito. L’uomo diverrebbe immortale. Riavrebbe quella beltà che adesso Susini impartisce a i suoi maccabei. La Specola si disferebbe. Inutile, allora, sforzarsi, a fare solo fingere, di lumare l’Aldilà. Ci sarebbe finalmente pace in terra. C’è anche la stesura dello spellato che mostra i vasi sanguigni e linfatici superficiali. La realtà della vita e la realtà dell’arte confusi. Maggiore verità, dove trovarla? Susini compone un vasto racconto. Nessuno prima di lui ha estratto la vita dai morti, gli sembra che più in là non si possa andare, che l’intero soverchiato corona l’atlante di tutti gli organi del corpo umano.

A beneficio di chi? Di curiosi? Di pervertiti? Ma la grande officina del museo, in cui anatomi e lavoranti in essa operano gomito a gomito, vuole essere immacolata, non deve prestarsi a trattati di bassa lega né a lacrimose partecipazioni, al destino di ciascuno di noi. Susini, il perfetto mortician, l’impartecipe, o l’efferato affossatore che gioca coi cadaveri come il gatto con i topi uccisi?

La rappresentazione di morte alla Specola è aggraziata ah, resti sempre così che il suo ultimo respiro sia di pace e delicatezza.

La morte diviene uno strumento conoscitivo, alla luce del quale si chiariscono i meccanismi costitutivi della malattia e della vita stessa. Come la morte altera e  scompone, così lo sguardo analitico della nuova medicina scinde la malattia nella molteplicità dei suoi nessi causali e l’organismo nelle sue parti costitutive. Professione di fede, gli occhi volti all’astratto vuoto delle astrazioni: la morte esce dall’oscurità in cui era avvolta, per essere strumentalizzata, utilizzata. La malattia svela la sua trama causale, è assimilata alla vita, ne costituisce una modalità coerente ancorché distorta. Inesauribile vita. Il fiore delle rovine, nuovi germi dell’enorme spreco della putrefazione. Deux ex deo.

Per un attimo, ha una forte visione.

Fiumi, rombi, schianti, scosse. Tutti buchi scavati dentro la terra, terra di una strana stirpe. Ma no, improbabile. Mai l’uomo si vivrà così.

 

  

Codicillo.

Si riconoscono.

«Gatta,» dice il marito. «Buongiorno.»

«Gatto,» dice la moglie. «Hai dormito bene?»

 


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