Ortagoniscus mola – di Francesco Saba Sardi

Due sono le fonti dell’educazione di Ninin.

Da una parte l’asilo, dove l’insegnamento viene impartito in lingua. Circa.

Iera un povero grilino

Su l’erba di un prato

Che cantava un cansoncino

Tremante sfiatato

Reginela della guassa

che domini i fior

Questa tosse mi strapassa

Grilino grilino

Quasto rantolo mi amassa

Morirò di rafredor, etciù.

Dall’altra parte l’abbondanza di grembi e ginocchia di zie e serve e tra queste Teresina addetta a disegnargli i piroscafi con due riccioli di fumo dai camini.

Donda bidonda sete passi d’onda

Sia Maria la barca no xe mia

La xe de quel mercante che vendi le scuransa

Le vendi a bon mercà e Ninin

                                   Trumbalàlà!

Tenuto per le braccia, Ninin rovesciato a testa in giù, fino a sfiorare con i capelli il pavimento. Brivido. Risatina. Felicità.

Intervalli. L’olio nei grandi orci di pietra d’Istra, in canova, sicuro tesoro, tutta roba nostra. Il pesce, recato da barba Toni. Non zio. Marinero del bragozzo di zio Vico. Però zio per Ninin e molti cugini in visita. Grandi piedi fruscainti sui gradini di legno, che scendono in cucina dove far scegliere prima di tutti gli altri. L’anellino all’orecchio piratesco nel buio della scala, e piedi da uomo di mare, perfetti equilibri sulla tolda: impacciati, zampettanti, sulla soglia della cucina.  Con gesto di eccessiva forza, ogni muscolo della braccia un guizzo, scende da sopra la testa, la cassetta impeciata di tenebrosi inchiostri di seppia, esattamente allineativi i freschi cadaverini, mare in negativo, scaglie di luce le pance, ombre di scogli i dorsi.

Capelli di colore indefinibile, forse biondi, addensati comunque dal sole in una massa compatta: un dito di paglia di ferro sul cranio, magistralmente tondo, fermo, attraccato alle clavicole dalle gomene del collo, e anche il petto svela il camiciotto aperto fino all’ombelico, morbia incisione tra i grumi carmnosi  della lorica di cuoio a un palmo esatto dalla ferina savana, grigia e ruggine del torace. Il volto nulla esprime, se non rispetto, solenne il gerarchico naso, insondabile la cornea asciutta , ma di certo incantata. Togliere il sortilegio avrebbe significato vederla sciogliersi, lasciare cadere la lente della dura, lucida fissità. La bocca: accostarvi l’orecchio, ascoltarne le labbra grandi, esserne preda. Così lo vede gnagna Tilde.

Ninin ha cessato di credere alla carrozza del re. Non è vero che se trema la casa, se il mare si gonfia, è perché è passato l’invisibile veicolo, non è stata sua Maestà a fare crollare quella notte due comignoli. Adesso Nini sta volentieri sulla riva a vedere pescare, di preferenza in Ponta dove il fitto abitato si dirada e si allunga a lama. Proteso all’abbraccio con la lontana, ma forse indifferente Venessia.

Con le suole a specchio e, tra le due forme esatte di tanto in tanto il suo volto, ben più impreciso, indefinibile. Sempre più spesso interroga l’acqua che concede, con ritmo imprevedibile, saraghi per le padelle e chiozzi spinosi, più batraci che pesci per i gatti-cavallo, gatti di mare,  numerosa assemblea, muta, paziente, prole stracciona, sfuggente,  gatti con lo stesso lungo naso dell’avvocato Riobba, semmai fosse scacciato dai suoi possedimenti. Ricco. Devono avergli venduto Teresina, Ninin non saprebbe più che farsene.

Maliziosamente, Ninin fischia nelle mani a nicchio correndo attorno al grande monumento al grande musicista, certo il più grande di ogni tempo e luogo, ricevuto dalle corti con codino e spadino che è poi l’archetto che tiene a punta in giù inchinandosi compito, nell’altro mano lo scudo da farsa, il violino lezioso, e mostro il culo tra le due metà della casacca da grillo. I piccioni gli fanno la cacca sulla parrucca, hi hi, non so chi sia, non me ne importa proprio.

Contro luce, cielo bianco. Un gran conforto anima mia, i pampini gialli erossi- non sono tramontate tutte le possibili dolcezze. E le castagne? Ma, Estate mia bella , il mare. Lattescente, smorto, fiorito di meduse. A sollevarne le sorti i due emblematici delfini che, ridendo giocherelloni, orientano la prua del vaporetto che fa servizio con la città grande. E caprioleggiano, i due buffoni, e allora ancora tuffarsi, pur negli aliti negli abiti grigi che vengono al molo dal largo: un continuo argento. Acqua  serena. Venti metri di fondo, da pescare i sassolini. Acqua nuda, anch’essa ha freddino.

Banchetto pomeridiano al quale lo  ha convitato barba Neti. Fine delle vacanze. Scuola, poi. Tavolino di marmo fregiato di confortevole panna femminea rigata dall’asprigno,  mite sangue delle amarene.

Ma che è, che non è? Gente che si affretta verso la lanterna rossa in capo al molo al limite del mandracchio, e appaiono senza colori, solo grandi e piccoli, a formare agitati gruppi, tonde morbide statuine delle meraviglie. Della sorpresa. Del ribrezzo. Dell’invincibile curiosità.

Ninin in calzettoni candidi, anca mi, anca mi, si spicca irrefrenabile da tavolino cucchiaini, tazze, bicchieri, dal compiaciuto sorriso dello zio.

Ninin transita- due bielle veloci- tra il semicerchio di immobili bragozzi di continuo risucchiati, ondeggianti oleosi nel mare interno, e i cavalletti dei tedeschi acquerellisti turistici, innamorati delle italiche vele con le insegne del sole e dell’angelo. Per brevi tratti supera anche il fortore dalla pescheria, un brusio di domande e imprecise risposte e ancora nel profumo di espresso e paste del caffé del molo, ed eccolo sotto la spalletta, visibili, nell’ombra che quella proietta, solo le zampette, la patte bianche di Ninin cavalin, eccolo al gruppo, largo, largo, ai piedi della lanterna colore anemone , ma che è mai questo?

Mostro: tirato da fili di invisibili correnti, generati da chissà quale gorgo tropicale, sfiorando raccapricciante l’orlo del molo, al limite tra il brivido del mare aperto e l’ottuso sciabordio dell’aldiquà. E fluttua, orribilmente insensibile l’occhio glauco null’altro che un’acqua un po’ più scura, lievi palpitanti moncherini sui quali, Ninin lo sa, tra un milione d’anni si trascinerà su per una riva fangosa, davvero vivo solo in lui soltanto l’opercolo. Corpo compresso, discoidale, diametro più di tre metri, una tonnellata. Adagiato su un fianco. Con pigri accenni di rotazione. Denti fusi a formare becco. E borbotta. Lunga coda dorsale che strusci sullo spigolo del molo. Indietro tutti, deve essere tagliente come una lama. Per fortuna arriva barba Toni, invincibile pescatore gigante, con il paranco da ormeggio. Glielo ficca nell’opercolo. Lo blocca. E allora con l’aiuto di tutti tirato sul molo. Boccheggiante, asfissiato. E prontamente assassinato là, sacrificato al cospetto del tremendo in una pozzanghera di viscida acqua stagnante e sangue di idra, freneticamente pestato, fatto fuori un po’ da tutti, maledetto. Poi recato in trionfo dai vincitori dell’oceano, sotto gli improvvisi gemiti di un autunno precoce, alo spacco delle bestie di mare, spropositato, incoronato sull’ardesia del bancone dall’asfalto e bronzo dei calamari, dal lucore di agoni e sgombri, dal condensato smalto arancio di barbettate triglie e peduncolati barboni. El saran bon de magnar? Te piasaria, eh? Baraba. Tanta bona polpa no? El fossi tosseo? Meio contentasse di brasini e graseole.

Ninin, baraba che te scapi sempre via, te sa che cos che sé? Ninin lo ha visto sul libro dei pesci, l’ha toccato al museo della città grande, pensando pelle che scortica, aspro dorso che fa urlare di raccapriccio il naufrago notturno. Sì, si chiama Ortagoriscus mola. Bravo, baraba, è detto volgarmente pesce luna. Bravo, baraba. To’, te se meriti un diesi d’argento con la testa del re. Ma mai più potrò immergermi in quest’acqua, mai più. Questo implacabile fluido, mirabile matrice di prodigi, insensata emulsione di organismi, enorme bocca, tubo digerente, golfo gastrico imprevedibilmente veloce e lento, materno e agghiacciante, genitore dell’obbrobrio.

Una porta si è spalancata. Ombre ne entrano. Ancora in punta di piedi.

Ma lungo un’invisibile scala ascendono, a questo punto, i grandi, arcuati piedi, quelli inequivocabilmente non femminei, piedi tanto diversi dalle piote del crocifisso, eppure, le mani sorelle di quei piedi, possentemente aderenti al canapo, tanto lo strinsero da spezzarlo, ignaro della loro gagliardia, e intanto scattavano in infinita successione,  con ritmo uguale, ma sempre più frantumante, le onde di una tempesta da ex voto, da crisi di coscienza, da irriferibili preghiere. Mare deciso a vendicare la rapina di una sua infinitesima cellula.

Sospinto, blu, la pelle crepata, le sarde come teredini infitte a limarne le ossa candide e lisce, relitto d’alto mare tirato controvoglia a secco, giace barba Toni sulla viva pietra per l’inevitabile compianto di legge.

E tutti la vedono accorrere stridendo, ronzando, la vedono. Richiamata dalla cucina, avulsa dalla canova, sradicata dai lavori di cucito, strappata alla decorazione mediante punta di platino, ardente come il suo cuore, di arcuati legni. E senza che la mente la soccorra aprendosi un varco nella densa, intricata foresta che la separa da lui, la foresta che occupa la scala, la piazza, la riva, il molo. E lì, al posto del pesce finalmente lo incontrò. Fu sua, lo credette. Con uno scarto, le bastò un’occhiata, proseguì la corsa, questa volta attraverso un’altra foresta meno ostacolane, per infilarsi direttamente nel mare e spegnersi in un groviglio, però procedendo più lenta del suo desiderio nell’acqua plumbea, rallentata dalla vesta di pizzo apertasi a palloncino. Sicché hanno tutto il tempo di deporgliela accanto sul talamo o catafalco di sasso,  di scioglierle le dita ostinatamente intrecciate, dal calmare e deridere barba Netti, fratello e guardiano tradito, di contemplare e seppellire lo cosce pallide grafite di azzurro, sottolineate dalle vedovili calze di pizzo, di scuoterle dai bronchi e dallo stomaco il mare che l’aveva rincorsa e occupata, di farne un povero oggetto, già consegnato al proprio futuro:pregare.

Le preghiere. Le opere di carità. Nutrire parcamente i bisognosi. Visitare i vecchietti dell’ospizio. Ve n’è uno che suona, stentatamente, ma volonterosamente, la tromba.  Dal chiuso dal muraglione che lo assedia, nel silenzio pomeridiano, quando invece del doveroso sonnellino scorgi a un esile barbaglio più chiari gli oggetti: le gialle stonature penetrano attraverso il legno rosso, del severo portale innicchiato, claustrale, per essere riverberato dalle lastre ancora tardivamente assolate della piazzetta. Veneta, sì: da degno compare, bello, al maridare tra Venesia e Gravo. Sempre più lontani. Ma pervenivano alle orecchio della risorta gnagna Tilde, richiamandola al suo ceto sociale, ai doveri degli atti di carità tra una messa e l’altra, e solo allora lei uscente di casa, il comodo porto in cui ripiegarsi, gnagna altrimenti di clausura.

Andemo, Ninin. Per mano fino all’angolo, e qui ferma a fare babessi con altre dame, comprensive babe. Prima della visita all’oratorio. A raccontare sconsolandosene, la terribilità di Ninin. È un terremoto, non sta fermo un minuto, el par un zievolo, un guato, una menola, un sgombro. I capricci di Ninin, non fa che mangiare caramelle, ne mangerà cento al giorno. Le prodezze di Ninin, disegna così bene, chissà da chi lo ha preso; li racconti, ancora, la fiaba, ma la lui te la strappa di bocca, la sa già, e te la continua lui. La forza spericolata di Ninin, ri arrampica sul fico in cortile, ch’el pare un gato, e noi tutti spaventati a cercarlo, no lo trovemo più, bestiolino, mas’cio, libertà.

Calmarlo bisogna. A questo serve ala visita all’oratorio il Venerdì Santo. Il corpo santissimo percosso e trafitto. Zia Tilde risucchia il fiato. Stringendogli la mano. Flffff, chissà che mal! Malcelato sogghignetto.

Ninin è diventato Ninetto, anzi già quasi Antonio.

©Archivio Saba Sardi